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Fiction Italia – Faccia d’angelo

Pubblicato il 15 marzo 2012 da Marco Di Cesare


Fiction Italia – Faccia d'angelo

Con una forza che dovrebbe risultare vieppiù liberatoria, il lato oscuro della televisione italiana ogni tanto prova ad emergere, facendosi largo tra le reti che tengono prigioniero il piccolo schermo; si tratta di un’oscurità nera come certo noir, vergato con un inchiostro denso più del sangue, il quale il più delle volte scorre grazie ai tipi di Sky.
Così, dopo i risultati dalla caratura più (Romanzo criminale, Donne assassine, Il mostro di Firenze) o meno (Quo vadis, baby?) elevata, la tv italo-murdochiana torna a frequentare i lidi di una immoralità più o meno bieca, più o meno traviante e fuorviante; in ogni caso quegli sguardi sul mondo – e sulle sue modalità di vita e rappresentazione – che tipicamente sono legati al genere cinetelevisivo in questi casi utilizzato come veicolo di narrazione.
Viene chiamato Il Toso: questo è uno dei soprannomi dati a Felice Maniero (qui mai chiamato o definito come tale), personaggio interpretato da Elio Germano e nei tempi andati boss di quella che fu la Mala del Brenta, nel decennio che colava oro, rovente come il piombo in quei ruggenti Ottanta, nell’industrioso Veneto il cui Pil cresceva veloce come in nessun’altra regione d’Europa. Una gavetta cominciata presto per un figlio di contadini che cercava di arricchirsi e di fare la bella vita, riuscendovi grazie a idee chiare fin da bimbo, per un’ascesa sociale del tutto borghese che farebbe invidia a molti, protagonista in un mondo sempre più in trasformazione, facendosene motore, sconvolgendolo ma al tempo stesso ad esso adeguandosi, un mondo che sempre più si allontanava dalla campagna per avvicinarsi all’industria, lasciando dietro di sé la povertà per poter toccare con mano la possibilità di sperperare il denaro. Questa è l’ascesa di Faccia d’angelo, come rappresentata da Andrea Porporati nella prima delle due puntate in cui è divisa la miniserie.
Un evento, come qualsiasi produzione targata Sky, per un network che, diversamente dai canali generalisti, non fa della quantità e dell’incuria la sua preponderante cifra stilistica. E ciò vale anche in quest’ultimo caso, dove la forma prettamente visiva e sonora sa essere maggiormente accattivante per i sensi, sostegno e architrave per la creazione di un mondo altro e ulteriore, come qualunque noir contemporaneo che si rispetti (Francia in primis).
In parte sì accattivante, ma comunque un evento minore, Faccia d’angelo: un parto non totalmente riuscito, giacché la narrazione e anche la forma stessa mancano di coraggio e di un reale mistero (noir, certamente). È pur vero che in questa prima puntata si parla maggiormente dell’ascesa del gangster e della sua joie de vivre, però la sceneggiatura firmata da Elena Bucaccio, Andrea Porporati e Alessandro Sermoneta (e liberamente tratta dal libro di Andrea Pasqualetto e Felice Maniero) ha il sapore di un didascalico posto sotto la luce di un sole che tutto rende esplicito, a comincaire dalla restituzione di quel passato certamente non lontano. Tale procedura si mostra in tutta la sua inefficacia in particolare grazie alla direzione e alla recitazione degli attori (ad esclusione del protagonista Germano), le quali risultano monolitiche e senza sfumature, al pari di talune battute, al pari di certe loro facce (le quali perlomeno un po’ sanno incastonarsi nello schermo e rimanere impresse nella memoria).
E a fornire dinamismo, ad alleggerire il racconto, non può bastare l’espediente del procedere avanti e indietro nel tempo, tra flashback e flashforward. Un poliziottesco senza mordente, Faccia d’angelo, dal registro né basso né elevato, rilettura stanca di un Genere e di un Passato, falso movimento all’interno della Storia e del nostro Presente.


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