Il gemello

La generazione di autori italiani venuta su a cavallo tra vecchio e nuovo millennio, molto sensibile ad un cinema finestra sul nostro paese, continua a mostrare, proprio per questo motivo, una tendenza ad alternare la finzione al documentario. Due sono i casi che saltano agli occhi dando un’occhiata rapida al programma di Venezia ’69: quello di Daniele Vicari, che dopo Diaz presenta al Lido La nave dolce, un documentario che serve a costruire prima, e a mantenere viva poi, la memoria sulla nostra Storia recente, e quello di Vincenzo Marra, che dopo L’ora di punta, presentato proprio a Venezia, in concorso, nel 2007, torna ora con un documentario intenso e sorprendente, per la capacità della cinepresa di infilarsi silenziosamente nello spazio angusto di un carcere (il penitenziario circondariale di Secondigliano) e per la bravura dell’autore nel raccontare una vita difficile, anzi durissima. Il protagonista, un ventinovenne napoletano con viso, pensieri e parole che rappresentano uno degli elementi di forza del film (non l’unico) vive in galera da quando aveva quindici anni, e la sua storia e il suo quotidiano sono fotografati accostando uno dopo l’altro i tanti momenti di una giornata sempre uguale, eppure sempre spesa con estrema attenzione alla propria esistenza. Un combattimento fermo e contenuto tra le strettoie dell’istituto e i canali di una mente forte di natura, alla quale la durezza del contesto esterno, non ha impedito, pur producendo un risultato amarissimo, di mantenersi lucida e pulsante di riflessioni sulla propria esistenza e condizione. Raffaele Costagliola, detto il gemello perchè nella vita ha due fratelli gemelli, è pedinato con un misto efficace di precisione, empatia e pudore, durante tutti i momenti del suo quotidiano, e la sua vicenda si allarga fino a mostrare uno spaccato importante della vita in carcere. Di questo luogo viene fermato soprattutto il rapporto che si crea tra vita, spazio e tempo, suscitando emozioni forti e al tempo stesso insolite per lo spettatore, che presto sente lontani tutti gli stereotipi che il cinema ha costruito sulla prigione, per comprendere invece viva tutta la logica assurdità sullo stato di reclusione. Marra, che in passato ha girato una serie di validi documentari quasi sempre legati alla città di Napoli, ha girato tre settimane nel penitenziario di Secondigliano dopo aver faticato molto per trovare i permessi, e dopo aver conquistato la fiducia di tutti, soprattutto quella di Raffaele. Il risultato è un’opera che colpisce e che ribadisce ancora una volta la difficoltà di crescere in un Sud durissimo, tormentato dall’abbandono e dal degrado, tema, quest’ultimo assai caro all’autore, e che qui, torna sordamente ma accompagnando l’intera narrazione. Il gemello racconta una storia potente, come potente è il viaggio dentro il mondo del carcere che questo film ci invita a compiere. Attraverso Raffaele reagiscono altri corpi, guardie e ladri fermati in un’umanità con voce bassa ma ferma, che soffia e sputa frasi che lasciano il segno. Va dato merito al regista di aver saputo riprendere una realtà forte riempiendola di verità attraverso lo strumento del cinema.
Soggetto, sceneggiatura e regia: Vincenzo Marra; Montaggio:; Luca Benedetti; Fotografia: Francesca Amitrano; Interpreti: Raffaele Costagliola (Il gemello) Domenico Manzi ("Niko", Ispettore Coordinatore del Centro Penitenziario di Secondigliano) Detenuti della Prima Sezione del Reparto Adriatico del Centro Penitenziario di Secondigliano, Corpo di Polizia Penitenziaria del Centro Penitenziario di Secondigliano, Gli Operatori del Centro Penitenziario di Secondigliano, Familiari di Raffaele Costagliola Produzione: Axelotil - Pablo, Settembrini, Kimerafilm; Distributore: Zaroff Film
