Je suis heureux que ma mère soit vivante - Venezia 66 - Giornate degli autori

L’identità per Claude Miller non è mai stata un’entità fissa, immutabile. E’ piuttosto una sfuggente sovrapposizione di immagini, dallo statuto incerto, impossibili da racchiudere e classificare. L’unica via possibile è il pedinamento, un’indagine psicologica che cerchi di montare insieme i frammenti e attribuirgli un senso, per quanto fallibile.
E’ questo fil rouge che percorre la filmografia milleriana e permette di rintracciare nel dramma di Je suis heureux que ma mère soit vivante, scritto e diretto assieme al figlio Nathan, le ossessioni delle pellicole imprescindibili del suo cinema, Guardato a vista e Mia dolce assassina.
Nella pellicola, presentata a Venezia 66 nelle Giornate degli autori, il dramma di Thomas, ossessionato dall’immagine infantile della sua madre biologica, al punto di rovinare la propria esistenza pur di riallacciare con la donna il legame spezzato dall’abbandono e dall’adozione, la poetica di Miller padre sembra del tutto salda, e volta a esplorare con l’appiglio del fatto di cronaca - l’episodio è tratto da un articolo di Emmanuel Carrère, giornalista e artista eclettico, figura ormai centrale della cultura letteraria e cinematografica francese degli ultimi anni - altre variazioni tematiche di un unico, possente, nucleo centrale.
Rovescia qui il gioco di ruoli tra padre e figlia di Mia dolce assassina, dove era il genitore Michel Serrault, nella eloquente posizione di detective, a pedinare la ’figlia’ Isabelle Adjani, instaurando con lei un dialogo a distanza, coprendone le tracce a ogni passaggio, con istinto ferino. In Je suis heureux que ma mère soit vivante è invece il figlio rigettato Thomas a intromettersi nella vita della madre, e a rivelarsi ossessionato dalla sua immagine e dal suo ruolo, invertendo così il rapporto edipico che nel cinema di Miller investe genitori e figli.
Lo fa, però, con un apparato visivo che sbiadisce nel colore lattiginoso della fotografia, avvolgendo così il percorso di Thomas in una zona grigia, che pur risultando efficace nel delineare l’incrinatura psicologica del protagonista, il non-tempo della sua esistenza, è però un espediente fin troppo usurato dall’uso massiccio del cinema intimista degli ultimi anni, come ad esempio l’incensato Il y a longtemps que je t’aime di Philippe Claudel, con cui il film dei Miller ha in comune più di un elemento tematico ma soprattutto l’estremo minimalismo di plot e messa in scena. Alla pellicola, in realtà, manca proprio quell’energia che il protagonista tenta di reprimere fino alla fine, ma che esplode più volte nel corso del film senza mai trovare nella regia un corrispettivo (o contrappunto) ma solo una piatta registrazione da cinema-verità che poco si confà all’incandescenza di fondo della materia.
Non a caso i guizzi dell’opera stanno proprio nell’elastica costruzione temporale che, disinteressandosi dell’evidenza e della leggibilità immediata, riesce a costruire l’identità di Thomas come un flusso continuo di stati emotivi opposti, di attimi lontani e inconciliabili. Il suo non-tempo, allora, distante dal presente e dalla quotidianità, appare sempre proiettato in un passato remoto che torna a galla con la forza di un rimosso perturbante.
E’ un peccato, dunque, che un autore così interessante, abbia partorito un’opera che avrebbe potuto essere assai più devastante se solo non avesse ceduto al fredda eleganza di un minimalismo manierato.
(Je suis heureux que ma mère soit vivante); sceneggiatura e regia: Claude & Nathan Miller; fotografia: Aurélien Devaux; montaggio: Morgane Spacagna;musica: Vincent Segal; interpreti: Christine Citti (Annie Jouvet), Yves Verhoeven (Yves Jouvet), Vincent Rottiers (Thomas Jouvet), Sophie Cattani (Julie Martino);produttore Jean-Louis Livi; origine: Francia 2009; durata: 90’
