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La belle vie

Pubblicato il 28 agosto 2013 da Alessandro Izzi

VOTO:

La belle vie

Per dieci lunghi anni, Sylvain e Pierre si sono nascosti insieme col padre.
Il tribunale, a seguito di una causa di divorzio, aveva infatti deliberato per l’assegnazione dei figli alla madre, ma i ragazzi avevano preferito fuggire con il padre che sembrava offrire loro più affetto e spirito d’avventura.
La vita in clandestinità, che certo doveva essere sembrata un gioco quando i due bambini avevano rispettivamente sei ed otto anni, diventa però intollerabile ora che il più grande è diventato maggiorenne e il più piccolo comincia a sognare una vita stabile anche negli affetti e nelle amicizie col resto del mondo.
Le incomprensioni diventano così all’ordine del giorno e i malumori cominciano ad esplodere in conflitti più o meno grandi, in un ribellismo cui non è facile porre un freno dal momento che chi cerca di insegnare il valore del reciproco rispetto è quello stesso padre che aveva insegnato l’arte del sotterfugio e della menzogna per passare inosservati tra le ronde della polizia. Il primo ad andarsene è, così, il fratello maggiore, mentre il più piccolo si vive addosso il bisogno di compiacere il padre e le nuove esigenze dell’amore e del bisogno di dirsi all’altro senza il filtro odioso delle bugie.

Jean Denizot sceglie, per la sua opera prima, una storia vera che aveva infiammato la stampa francese nel 2009. Costruisce su questa base la storia dolorosa di un terzetto di anime prigioniere dell’affetto e delle scelte prese in passato, raccontando di come l’amore tanto facilmente sappia trasformarsi in prigione e di come sia difficile evadere da celle che pure hanno le porte sartrianamente aperte.
Il solco scelto è quello di tanto cinema francese che mette al centro del discorso situazioni familiari problematiche, adolescenti ombrosi e lo sfondo di una natura indifferente che tanto somiglia al chiuso delle anime che ci si nascondono dentro.

La belle vie, titolo di acida ironia, affonda lo sguardo nelle contraddizioni del vivere e della famiglia, intingendo il racconto nell’aceto ad aprire ferite sempre nuove. Riesce spesso nel miracolo di fondere stati d’animo e paesaggi nel trionfo di un correlativismo oggettivo affascinante anche se non inedito.
Sembra, invece, più risaputo nel miscelare gli ingredienti del dramma e del racconto di formazione costruito su silenzi scontrosi e sguardi che sembrano cieli solcati da nubi taglienti.
Nel complesso l’operazione colpisce e coinvolge, ma si ha spesso l’impressione di un compitino ben svolto che speriamo sia fugata da un’auspicata opera seconda.


CAST & CREDITS

(La belle vie): sceneggiatura: Jean Denizot, Frédérique Moreau in collaborazione con Catherine Paillé; fotografia: Elin Kirschfink; montaggio: Aurélien Manya; musica: Luc Meilland; interpreti: Zacharie Chasseriaud (Sylvain), Jules Pelissier (Pierre), Solène Rigot (Gilda), Nicolas Bouchaud (Yves), Jean-Philippe Ecoffey, Maya Sansa; produzione: Mezzanine Films; origine: Francia, 2013; durata: 93’


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