La luna su Torino

A quasi dieci anni di distanza da Dopo mezzanotte Davide Ferrario torna a raccontare la sua Torino, come allora ancora una volta i protagonisti sono tre e ancora una volta si istaura tra loro una relazione profonda ed emotiva diversa però nel sentimento espresso, non più l’amore ma la solidarietà e la complicità.
Il punto di partenza di questo La luna su Torino è proprio Dopo mezzanotte, sono tante le connessioni tra i due film, come se Ferrario avesse voluto creare un filo rosso sorretto da quelle che sono le sue passioni e il suo modo di guardare il mondo. E allora è presente un uso continuo di un onnipresente voce off che sostiene, e a tratti travolge, i personaggi raddoppiando troppo spesso il senso evidente di alcuni passaggi del film; o anche un certo desiderio di plasmare i propri personaggi immettendo le sue passioni nei loro caratteri. Quindi come troviamo in Maria (Manuela Parodi), nella sua passione per i film del muto, quello sguardo innocente e autentico che aveva l’archivista Martino (Pasotti) di Dopo mezzanotte, le loro passioni sono le medesime, il cinema del muto rappresenta per entrambi, e quindi o per il regista, un’idea romantica e squisitamente retrò del mondo e della vita.
Torino è invece subliminale nella sua messa in scena, la città è trasfigurata nella sua rappresentazione, spariscono le vecchie fabbriche e le sue brutture per ritrovare nei nuovi edifici quel gusto sabaudo e aristocratico dei tempi andati. I neon fendono di luce le strade vuote, i ponti e i riflessi baluginanti sul Po amplificando e limitando lo sguardo della Luna sui protagonisti della storia. Nel primo film nel modo di raffigurare la città era presente l’azione dicotomica del centro storico, messo a nuovo per le Olimpiadi del 2006, una luogo rivoluzionato e squartato dai lavori pubblici che ritrovava nei numeri di Fibonacci illuminati sulla mole un faro rivolto al futuro per una nuova Torino che si lanciava contro, ma sarebbe stato meglio dire si lasciava dietro, la miseria dei quartieri degradati come Falchera. Nel ventre molle della Mole s’insediava il germe della cultura (il museo del cinema di Torino è dentro la Mole Antonelliana, ndr), che avrebbe rinnovato la città.
La Torino di oggi è invece, per l’autore, utopica, non c’è alcun segno del presente, non c’è ombra nel film di alcuna connotazione sociale o anche solo morale che guardi al hic et nunc, Ferrario semplicemente nega lo sguardo, volge la camera ad un altrove che non esiste, e forse non è mai esistito. Ancora una volta lo sguardo sulla città è elevato, che sia la mole in Dopo mezzanotte, o un pallone areostatico o una chiesa in La luna su Torino cambia poco, in quest’ultimo però il punto di vista che vorrebbe essere onesto e privo di giudizio sui fatti non si realizza rimanendo troppo indulgente e compiacente verso si suoi personaggi. E a questo si aggiunge una scrittura esile e una generale messa in scena didascalica. I personaggi sono ormai delle macchiette di una generazione contemporanea che l’autore non sa più raccontare, l’insofferente e attento regista generazionale di Tutti giù per terra, non ha saputo trovare in quest’ultimo lavoro la giusta chiave di lettura per mostrare una realtà che forse non comprende più.
(id.); Regia: Davide Ferrario; sceneggiatura: Davide Ferrario; fotografia: Dante Cecchin; montaggio: Claudio Cormio; musica: Fabio Barovero; interpreti: Walter Leonardi (Ugo), Manuela Parodi (Maria), Eugenio Franceschini (Dario),Daria Pascal Attolini (Eugenia); produzione: Fargofilm; distribuzione: Academy Two; origine: Italia, 2013; durata: 90’
