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La vita di Adele (Conferenza stampa)

Pubblicato il 28 ottobre 2013 da Marco Di Cesare


La vita di Adele (Conferenza stampa)

Roma, 16/10/13. Giunge in Italia la Palma d’oro di Cannes 2013, lo splendido, nella sua semplicità, La vita di Adele che Abdellatif Kechiche ha tratto dalla graphic novel Il blu è un colore caldo di Julie Maroh.
Presenti nella Sala 1 del Cinema Quattro Fontane, oltre all’autore della pellicola, la protagonista Adèle Exarchopoulos, l’interprete Jérémie Laheurte e Andrea Occhipinti della Lucky Red Distribuzione.


Signor Kechiche, ho l’idea che questo suo ultimo film sia in qualche modo un sequel di Venere nera. Lì mancavano l’amore e il cuore: vi erano organi esposti in formaldeide e una museificazione del corpo della povera Saartjie Baartman, ma non c’era l’amore. Qui, invece, abbiamo sia il cuore, allo stato vivo e non ridotto a un reperto, che l’amore.
Poi, più in generale, vorrei chiederle come è arrivato a realizzare La vita di Adele.

Abdellatif Kechiche. Sì, questa è un’interpretazione giusta, poiché uno dei temi de La vita di Adele è proprio l’amore. Quando comincio un film non è che mi interroghi molto sul senso della storia raccontata. Comunque qui vi erano tanti temi che intendevo sviluppare: innanzitutto l’incontro d’amore e l’importanza del caso, del destino, un tema, questo, che avevo già affrontato in passato con La schivata. Come avete visto, Adèle ed Emma (interpretata da Léa Seydoux, ndr) la prima volta si incontrano ad un semaforo: se Adèle non fosse stata in ritardo, non avrebbe mai incrociato lo sguardo della ragazza che le sconvolgerà la vita. Inoltre si tratta dell’incontro tra due persone che provengono da ambienti sociali diversi: una della classe dominante, borghese ed intellettuale; l’altra più proletaria. Un ulteriore tema del film, quindi, è come l’amore possa resistere a tali differenze di classe.

Lei è andato molto al di là nell’esplorazione del mondo gay...
A.K. Quando mi accingo a realizzare una storia, mi concentro su questa; mentre i sottotesti e le interpretazioni che vi possono essere non devono prendere il sopravvento su quella che è la storia e la forza dei personaggi.
La vita di Adele può anche essere definito come un romanzo di iniziazione: la storia di una ragazza che passa dall’adolescenza all’età adulta e che, quindi, prende in mano il proprio destino, malgrado le prove, gli ostacoli e i dolori che si troverà di fronte. Per cui possiamo definire il film come il ritratto di una giovane donna, forse un’eroina, un personaggio quasi da romanzo, una donna ideale che dimostra una grande forza di volontà, coraggio, abnegazione e un grande senso di libertà: e proprio la libertà è forse l’aspetto di Adèle che mi premeva maggiormente mettere in mostra.

Secondo lei è possibile che il cinema, nella restituzione della vita sullo schermo, possa fare più di così, più di quello che abbiamo appena visto? E, se sì, come? E, ancora: quanto è faticoso realizzare film di questo tipo?
A.K. Penso si possa sempre andare oltre e che il cinema ci permette di esplorare in modo molto più profondo rispetto a quanto si possa fare nella vita, anche nell’età che abbiamo noi: perché c’è questo schermo che ci protegge e che permette di mettersi a nudo come essere umani. Per questo, quando faccio il casting, vado a cercare proprio delle persone, degli attori, che siano disponibili a darsi in maniera completa. E l’aspetto che lei ha sottolineato è in gran parte merito proprio degli attori, in questo caso dell’attrice straordinaria che siede qui accanto a me e che ha messo nella sua interpretazione tutta la verità, tutte le sue emozioni e la forza nell’esprimerle. Ed è per questo motivo che, in fase di montaggio, ho deciso di intitolare il film La vita di Adele.

Chiediamo allora agli attori... Come avete lavorato? Cosa vi ha chiesto il regista e cosa siete riusciti a dare entrambi? Perché io, ancora oggi, faccio fatica a credere che voi abbiate una vita diversa da quella che abbiamo visto nel film...
Adèle Exarchopoulos. Sicuramente quella che avete visto nel film non è la mia vita... Quindi vi è stato un lavoro di equipe molto forte che si è nutrito della collaborazione anche degli altri interpreti, ma soprattutto del regista; ho avuto poi la fortuna di avere vicino degli attori di grande talento: vi è stato un continuo lavoro di costruzione, perché Abdellatif ci dava moltissimi input, però ci lasciava al contempo la libertà, non costringendoci entro alcuni limiti. In taluni frangenti vi è stata una lunga preparazione, mentre in altri tanta improvvisazione: per esempio nella scena sull’autobus ci siamo molto lasciati andare. E il risultato sulla scena è stato frutto di un lavoro di squadra, molto intenso e utile, che ha coinvolto pure l’intera troupe: c’era la musica, si ballava, c’era Jérémie che suonava.
Jérémie Laheurte. Lavorare in un film di Abdellatif è sicuramente straordinario, poiché vi sono degli incontri veramente meravigliosi e, sin dal primo giorno, si è creata un’alchimia formidabile, un modo di lavorare particolare e con grande attenzione all’equilibrio: vi è stato qualcosa di immediato, una fiducia che si è stabilita reciprocamente, cosa che ci ha permesso di lavorare tutti insieme in maniera naturale.

La vita di Adele dà veramente l’idea di essere un film pensato da anni... Quanto tempo è che pensava di realizzare questo film? Considerava di farlo anche prima di Cous cous o di Venere nera?
A.K. Non è tanto questo film in sé che è stato a lungo pensato, quanto i temi che affronta e che ho già descritto precedentemente. E a volte ho anche l’impressione che vi sia un continuum dal mio primo film a oggi, una continuità nella mia maniera di lavorare sui personaggi e sulle pellicole. E, forse, proprio tale continuità che emerge nell’affrontare il cinema dà l’impressione di un qualcosa che è stato a lungo pensato. Jérémie ha parlato di alchimia sul set: io ho un bisogno quasi viscerale di sviluppare relazioni intime con gli attori, perché nutro un rispetto profondissimo e una grande tenerezza verso chi porto sullo schermo e chi mi circonda.

Il film sta avendo molte vite: dopo il trionfo a Cannes e le successive polemiche, vi è stata la risposta a tali polemiche e, ora, una trionfale accoglienza negli Stati Uniti, tanto che il suo distributore credo vi farà avere una promozione per farvi ottenere le candidature nelle categorie più importanti, come quella per l’attrice protagonista. Come sta vivendo questo percorso del film? Pensa che ciò sia dovuto anche al tema affrontato, quindi con un’ipocrisia di fondo su una questione che ancora resiste?
A.K. Tale vita avventurosa del film diciamo che era cominciata già durante le riprese, a causa degli argomenti che abbiamo affrontato. E, sicuramente, La vita di Adele ha toccato molto da vicino chiunque vi abbia partecipato, a causa anche del dolore che esprime. E tutte le reazioni che ha causato (premi, critiche, polemiche) sono veramente viscerali e hanno colpito molto da vicino, perlomeno per quanto riguarda noi. È il contenuto del film che ha scatenato tutto ciò, oppure vi è qualcosa al di sopra, un’entità che può essere vista come benigna o maligna e che, a un certo punto, si diverte a dispensare momenti di gioia e di gratitudine, ma anche altri meno gradevoli?

Capiamo come la pellicola verrà accolta in Italia, chiedendo ad Andrea Occhipinti quale sarà la strategia distributiva e, magari, pure la sua reazione viscerale quando l’ha vista a Cannes e perché ha scelto, per l’ennesima volta, di portare in sala un’opera di Kechiche...
A.O. Con Abdellatif abbiamo cominciato a lavorare con Cous cous e poi con Venere nera, per cui si era già instaurato un rapporto prima di quest’ultimo film; e da parte di tutti noi della Lucky Red vi era già una grande ammirazione verso la sua maniera, così personale, di raccontare storie ed emozioni. Io avevo visto poche immagini di La vita di Adele a gennaio, ma ero rimasto subito colpito dall’intensità che esse esprimevano. E poi vi è stata la sorpresa a Cannes di un un film unico, extra-ordinario: raramente ho provato tali sensazioni.
Per quanto riguarda la nostra strategia, il numero di copie è intorno alle centocinquanta. La richiesta è superiore, ma abbiamo preferito che il film stesse nelle sale giuste, senza doverlo snaturare in cinema non adatti a questo tipo di opera.
Si tratta di una pellicola che ha una fama talmente forte da farsi strada da sola: le critiche sono state così spettacolari che, oltre che avere operato degli aggiustamenti sul trailer, abbiamo usato molto la campagna utilizzata in Francia (dove La vita di Adele è partito veramente forte).

Signor Kechiche, lei non ha un rapporto molto positivo coi Festival: basti rammentare come Cous cous sia stato un po’ scippato del Leone d’oro a Venezia 64. Quando è arrivato a Cannes con questo film, quale è stata l’impressione sapendo che il Presidente della Giuria era Steven Spielberg, un grande cineasta sì, ma con un’idea di cinema abbastanza dissimile dalla sua Era fiducioso, oppure si è chiesto: «Spielberg cosa ne capirà di questo tipo di cinema»...?
A.K. Innanzitutto sapevo che Spielberg si sarebbe interessato al mio film, anche perché La vita di Adele ha degli aspetti che un grande regista come lui riesce a cogliere, dall’aspetto tecnico alle riprese: di certo lui e gli altri membri della Giuria avrebbero notato tutto ciò, dato che si trattava di esperti di cinema. Poi da qui a sperare nella vittoria è ovviamente tutta un’altra cosa. Però non mi ha così sorpreso che il premio sia giunto da una giuria presieduta da Steven Spielberg. E, in fondo, non considero così diversi i nostri modi di fare cinema: perché, magari, Adèle è un’eroina, un personaggio all’Indiana Jones; e poi mi ricordo una pellicola che mi ha molto impressionato, ossia Il colore viola. Spielberg è un grande uomo, integro ed onesto: naturalmente mi ritengo più contento se il premio sia stato assegnato da una giuria da lui presieduta.

Date l’avventura e le polemiche vissute con questo film, se ricominciasse a girarlo oggi, pensa che sarebbe tentato di cambiare qualcosa e di affrontare la lavorazione in modo diverso? Poi lei ha raccontato la verità di una vita, nella quale rivestono un ruolo molto importante pure la scuola, la formazione, la cultura, l’arte; inoltre la protagonista riceve e dà formazione... Cosa può dirci in proposito?
A.K. Penso che questa sia una domanda che quasi tutti i registi si pongono: se avrebbero potuto fare meglio il proprio film. Però, una volta che un film è finito ed esce in sala, ha la sua vita e deve essere visto così come ormai è. Sicuramente, questo volta, provo di meno quella sensazione di frustrazione che spesso ho al termine della realizzazione di una pellicola, giacché credo che La vita di Adele abbia la forza di imporsi e di sapere dove vuole andare.
Già in passato, con La schivata, avevo mostrato il mio interesse verso il mondo della scuola e dell’istruzione, per cui forse anche questo è stato il motivo che mi ha spinto a scrivere il personaggio di Adèle in un certo modo. E, in occasione de La schivata, avevo incontrato tantissimi insegnanti ed ero rimasto veramente molto colpito e profondamente ammirato dal loro lavoro e dall’impegno che molti di loro mettono nella professione, tanto da rasentare l’abnegazione, rimanendo fino in fondo coinvolti con i propri studenti: quando un allievo, magari con delle difficoltà, riesce a raggiungere certi risultati, i professori sono veramente felici e vivono il tutto come una vittoria personale; mentre a volte diventano quasi ossessionati da quegli alunni che invece non ce la fanno. Quello degli insegnanti è un lavoro fondamentale per la crescita dei nostri figli e, quindi, per quella della nostra società. Però si tratta di un lavoro che resta un po’ nell’ombra.
Comunque in La vita di Adele si vedono due mondi: quello dell’insegnamento e quello dell’arte. Naturalmente l’arte è un ambiente più di moda e che risulta più spesso sotto gli occhi di tutti. Ma con questo film ho voluto anche rendere omaggio al mondo degli educatori. Non è che, attraverso il mio cinema, io voglia educare, ma se, mediante questo film, si riuscirà a riaccendere un po’ l’interesse verso tale professione e gli insegnanti verranno guardati in maniera diversa, ciò mi farà certamente piacere.

Emma si presenta come un personaggio molto trasparente, con le idee chiare e che persegue i propri obiettivi con notevole coerenza, cercando anche di coltivare l’essenza della quale parla all’inizio del film. E ho avuto l’impressione che abbia usato il tradimento da parte di Adèle per liberarsi di lei e che questo sia stato l’unico momento nel film nel quale abbia veramente recitato...
A.K. Per me il personaggio di Emma diventa una specie di strumento in quello che è il destino di Adèle, col fine di rivelare a quest’ultima delle cose che lei già aveva dentro se stessa. Emma vive molto sulla teoria: anche tutti i discorsi che compie sulla libertà, sull’arte, sull’amore permettono ad Adèle, la quale ha già dentro di sé tale aspirazione verso la libertà, a rendersene veramente conto.

Mi chiedo se uno dei segreti per il quale tutti noi siamo così emotivamente sconvolti da questo film e dal suo cinema in generale non sia la passione e il coraggio quasi impudico attraverso il quale lei racconta l’agire fisico dei suoi personaggi: perché i suoi personaggi camminano, piangono, mangiano, si sporcano, costruiscono, fanno cose con le mani e con i loro corpi... Da dove proviene questa sua passione per l’agire fisico degli esseri umani?
E poi per Adèle Exarchopoulos: qual è il segreto di tale trasformazione fisica in un universo emotivo così potente?

A.K. Credo che quello che colpisce emotivamente il pubblico è che Adèle sia un personaggio affamato della vita in tutti i suoi aspetti. E quando qualcuno ha un appetito così forte si mette, naturalmente, anche in situazioni di pericolo: poiché o frustra il proprio desiderio e lascia perdere o, se intende soddisfare questa sua fame di vita, con coraggio si assume la responsabilità delle azioni che compie: e forse è questo il motivo che suscita ammirazione e, anche, il coinvolgimento emotivo da parte del pubblico.
A.E. Per quanto riguarda la mia interpretazione sono stata anche aiutata dall’avere girato la storia in ordine cronologico, quindi con un’evoluzione che comincia dalla fine del liceo e che, a poco a poco, procede negli anni attraverso una continua scoperta. Per quanto riguarda l’aspetto fisico di alcuni movimenti, di alcuni dettagli, sicuramente taluni sono stati sottolineati soprattutto nella prima parte, quando Adèle si trova ancora nella fase più adolescenziale, con proprio l’intento di rimarcare tale età; poi vi sono dei particolari che sono assolutamente naturali, come il toccarsi i capelli, un gesto che tante donne compiono, magari pure con l’intento di sedurre, un gesto che anch’io faccio spesso. Per quanto, infine, riguarda la trasformazione fisica, tutti coloro che hanno lavorato nel film si sono lasciati trasportare da questa avventura, per cui alcune cose sono venute dal di dentro, giungendo a un doppio effetto: la trasformazione che, da una parte, andava seguita, mentre dall’altra andava nascosta, come capita ad Adèle di fare di fronte ai propri alunni e ai propri colleghi di lavoro. Adèle, per l’appunto, è un personaggio libero e questo fa sì che corra dei rischi e ciò si nota pure nella sua maniera di muoversi, nel suo appetito per la vita, desiderio che era necessario esibire fisicamente: difatti vi sono delle scene in cui mangio, altre in cui mostro appetito per i desideri sessuali e per il ballo, tutte scene che mi è molto piaciuto interpretare.
A.K. Vorrei aggiungere qualcosa su questo processo di trasformazione di Adèle, un’adolescente che diventa una giovane donna. E tutto questo, quello che si vede sullo schermo, è proprio merito di questa specie di magia, degli attori, in questo caso proprio di Adèle, perché tutto quello che lei ha fatto lo ha fatto in maniera istintiva, non essendo il frutto di ricerche o di elucubrazioni intellettuali: lei non si è mai chiesta «Adesso qua devo comportarmi da adolescente, mentre invece qui, che sono un po’ cresciuta, devo avere un atteggiamento diverso...». Non è stato così, poiché tutto le è venuto in modo molto spontaneo, come il gesto di toccarsi i capelli o di tirarsi su i pantaloni: sono tutti particolari sui quali avevo pensati che avrei dovuto lavorare, credendo che sarebbe stato difficilissimo rendere il tutto naturale e spontaneo; invece per lei è risultato tutto rapido e immediato. Difatti, nella seconda parte del film, quando Adèle è più grande, mantiene alcuni di quei gesti, quelle pose un po’ civettuole che sono più tipiche dell’adolescenza. E, personalmente, mi appassiona vedere fino a che punto un attore si trasforma per seguire un personaggio senza dover operare lunghe ricerche, che a volte richiedono mesi e mesi.

Duecentocinquanta ore di girato, quindici buone per il montaggio; ho letto che nel dvd probabilmente avremo una versione di quattro ore: è vero?
A.K. Sì, in effetti abbiamo delle scene, anche molto belle, che abbiamo girato ma che poi, a causa di problemi di durata, non ho potuto mettere in La vita di Adele: per esempio ho dovuto ridurre delle scene con lezioni di scienze e di letteratura. Dato che in quelle scene vi sono anche dei veri insegnanti, mi piacerebbe sicuramente poter trovare la maniera per farvele vedere e quindi condividerle con voi. Non so in quanti vedranno la versione lunga di quattro ore, ma, comunque, per me si tratta proprio di una soddisfazione da regista, sperando che verrà apprezzata la bellezza di queste altre scene. Tuttavia la versione del dvd non dura quattro ore.


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