Metropia - Venezia 66 - SIC

È un mondo grigio quello raccontato in Metropia. I colori patinati e accattivanti delle pubblicità televisive fanno da contraltare all’opacità del mondo reale. Un mondo la cui vita pare non svolgersi più per le strade, sulla superficie, ma nel sottosuolo dove si estende l’enorme rete metropolitana messa a punto per collegare l’Europa in un’ epoca in cui le risorse petrolifere sono azzerate e la crisi economica ha concentrato il potere sempre più nelle mani di pochi potenti, in grado di controllare la scena politica, sociale e, così scoprirà il protagonista, anche la mente degli ignari cittadini.
In un futuro non troppo lontano recita la didascalia che fornisce l’incipit al film. Eppure quello che Tarik Saleh porta in scena, per quanto esasperato nella rappresentazione grafica, non sembra, nei contenuti, poi così lontano dalla condizione attuale. Il regista, la cui carriera artistica ha inizio come Graffit Artist (i suoi lavori sono visibili e ammirati nella periferia ovest di Stoccolma), si lascia trascinare dalla sua visionarietà per portare sullo schermo l’ottima sceneggiatura firmata da lui stesso in collaborazione con Stig Larsson e Fredrik Edin. La particolare tecnica di ripresa che unisce la fotografia e l’animazione 2D/Cut out (tecnica d’animazione che consiste nell’utilizzare pezzi di carta ritagliati, per creare una sorta di collage, per poi fotografarli a passo uno per creare l’illusione del movimento) permette di creare una realtà inquietante, in cui anche i protagonisti, abbandonando ogni velleità di somiglianza con il corpo umano, risultano delle strane figure dalla testa di una grandezza spropositata rispetto al corpo, portatori nella loro stessa fisicità di una sorta di regressione sociale ed emotiva dell’umanità.
Non a torto si è fatto il nome di Kafka pensando alle atmosfere del film. Il noir, più che il giallo vero e proprio, è il genere di appartenenza di Metropia, sia per le suggestioni già ricordate, i toni scuri e ambigui, poveri di luce e ricchi di ombre, sia per lo sviluppo vero e proprio della storia. L’indagine che Roger compie insieme a Nina per scoprire chi controlla la sua mente procede all’insegna del mistero. Difficile centrare il ruolo di tutti i personaggi con cui entra in contatto, capire se si tratta di “aiutanti” od “oppositori”.
Dispiega bene i suoi colpi di scena il film pur risentendo di momenti di pausa, soprattutto nella parte centrale, che finiscono per rallentarne troppo il ritmo, rendendo pesante a tratti la visione. Eccellente il lavoro di doppiaggio fatto da tutti gli interpreti con una nota di merito assoluta per Juliette Lewis e Vincent Gallo. Quest’ultimo, voce di Roger, adotta un registro tendente al piatto, con pochi ma mirati sbalzi emotivi. Una scelta che, abbinata alle immagini, risulta perfettamente intonata per comunicare il senso di smarrimento esistenziale del protagonista e quella tenue speranza di sovvertire il sistema che lo porterà, ancora ignaro delle sue azioni e comunque manovrato da forze più grandi e potenti di lui, a liberarsi (?) da chi esercita il controllo sulla sua vita.
Non un film per tutti Metropia, sicuramente apprezzabile più da un pubblico adulto che di bambini. Un buon esordio per la settimana della critica ed una scelta coraggiosa e controcorrente relativa all’animazione da parte del regista.
(Metropia); Regia: Tarik Saleh; sceneggiatura: Stig Larsson, Fredrik Edin, Tarik Saleh; fotografia: Sesse Lind; montaggio: Johan Söderberg; animazione: Christian Ryltenius, Isak Gjertsen; Art director: Martin Hultman; musica: Krister Linder; voci: Vincent Gallo (Roger), Juliette Lewis (Nina), Udo Kier (Ivan Bahn), Stellan Skarsgård (Ralph Parker); produzione: Atmo; origine: Svezia 2009; durata: 86’
