Ningún Lugar en Ninguna Parte

Cile, quartiere “La matriz” di Valparaíso. La macchina da presa ci fa conoscere due giovani musiciste timide e concentrate. Entriamo nella loro stanza e veniamo catturati dalla sinfonia di un violino e di un violoncello. Le due ragazze saranno i raccordi della danza visiva di questo documentario.
Nel mezzo c’è di tutto, immagini di repertorio e istantanee in bianco e nero, primi piani di volti rugosi e dettagli di bocche sdentate, linee precise e frastagliate, superstrade e parate militari, autobus vuoti e cani randagi, cerimonie religiose e cortei studenteschi, bozzetti e piccoli bimbi che giocano a calcio. È questo il Cile raccontato da Josè Luis Torres Leiva, di fatto, un microcosmo in cui non ci sono mai punti di riferimento e lo spettatore deve abbandonarsi, avere “fede”, nell’indagine della macchina da presa.
Leiva scende in strada e abbraccia le piazze e le fontane; si mette a giocare con i piani, dimostra interesse per le tinte forti di un murale o per lo sguardo innocente di una bambina, ma tutto il percorso risulta affastellato, come le case che vediamo stagliarsi dietro il porto. La buona volontà c’è e potremmo anche emozionarci nel sentire, all’interno di una piccola chiesetta, la versione sacra di “The sound of silence”.
Purtroppo il dubbio di essere stati catapultati all’interno di un testo, seppur di buona fattura stilistica, eccessivamente ermetico ci accompagna sin dall’inizio: il problema reale non sono tanto le risposte, visto che ciò non interessa a Leiva, quanto la confusionaria formulazione delle domande.
(Ningún Lugar en Ninguna Parte); Regia: José Luis Torres Leiva; sceneggiatura: José Luis Torres Leiva; fotografia: José Luis Torres Leiva; montaggio: José Luis Torres Leiva; musica: Marcela Moreno, Maximilian Sacur; produzione: Fabula; origine: Cile, 2004; durata: 70’.
