Paraiso - Venezia 66 - Orizzonti

Il nome non tragga in inganno, Paraiso non è un paradiso. La povera cittadina ai margini di Lima è infatti un angolo di Perù in cui la povertà, la disoccupazione, l’analfabetismo soffocano e uccidono i sogni e le speranze dei suoi giovani abitanti. Crescere a Paraiso è una sfida continua, un prova che Joaquín, Antuanet, Lalo, Mario e Sara affrontano quotidianamente. Accanto alle incertezze, i dubbi, i problemi di una normale adolescenza, i ragazzi di questo paradiso caduto devono scontrarsi con le violenze, le ingiustizie, le durezze di questa triste realtà.
Il Paraiso di Hector Galvez è dunque un eden stravolto. Nessun cherubino, nessun angelo. Le strade di questo inferno sono popolate di bande di giovani delinquenti, di terroristi e guerriglieri pronti a depredare, razziare e devastare tutto ciò che incontrano sul loro cammino. “Che Loco”, un amico di Joaquín, Antuanet, Lalo, Mario e Sara, è stato ucciso proprio da una di queste bande. E’ sua la piccola tomba che sovrasta questo intricato meandro di case di latta, strade sabbiose, tuguri diroccati. Al posto del biblico giardino sorgono questi tristi edifici, in un aria afosa, secca, asfissiante. Finanche l’acqua, bene primario e vitale, è un lusso. Non c’è traccia del mitico fiume che si divideva in quattro rami: il Tigri, l’Eufrate, il Pison e il Ghihon. No, in questo paradiso l’acqua arriva con le cisterne, con i camion. Poche secchiate, qualche bidone, il minimo indispensabile per garantirsi una misera, infelice sopravvivenza. Quanta beffarda ironia lega un posto così ad un nome tanto dolce, rassicurante.
Quello di Hector Galvez è un racconto duro, diretto, che mette in scena l’anima più povera ma allo stesso tempo più orgogliosa, coraggiosa, dell’America Latina. Ciò che viene da chiedersi, però, è quale effetto hanno sulle nostre ciniche, indifferenti, freddi menti, pellicole come questa. Chi racconta il mondo e i suoi problemi attraverso uno stile così asciutto, così forzatamente realistico, ripercorrendo perennemente la strada già seguita da molti altri cineasti, rischia infatti di far apparire la sua opera, agli occhi dello spettatore, come l’ennesimo racconto di questo genere, simile, se non uguale, a molti altri. Le gravi questioni sollevate da pellicole come queste invece meriterebbero maggiore attenzione, maggiore coinvolgimento. E’ sicuramente triste constatare come la nostra abitudine alla violenza, al sopruso, alla presenza nel mondo di tali e tante disparità, ci renda ciechi e sordi davanti a queste ingiustizie. Proprio per questo, però, proprio per risvegliare le nostre coscienze, per farci riaprire gli occhi, necessiteremmo di film che sappiano colpire, anche con crudeltà, i nostri gangli nervosi. Pellicole che abbiano il coraggio di abbandonare triti cliché stilistici e sicure strade già percorse, che abbiano l’ardire di sperimentare, di rischiare nuovi e più intriganti percorsi narrativi. Noi per primi, chiusi nel nostro cinismo, ne abbiamo bisogno, per non uscire da questi inferni come se avessimo davvero visto un paradiso.
(Id.); Regia: Hector Galvez ; interpreti: Yiliana Chong; produzione: Chullachaki Cine ; origine: Perù 2009; durata: 87’
