Premio Fipresci Concorso: Gabbla - Venezia 65

Il set è l’Algeria. Malek è un topografo incaricato di fare dei rilevamenti sul territorio di regione povera, la zona dell’Ouarsenis. Giunto al campo base, trova la squadra decimata dai fondamentalisti. Nella notte si sentono delle esplosioni. Al mattino trova una ragazza nascosta nel rifugio sahariano che non vuole rivelare la sua identità. Insieme i due si muovono verso il confine con il Marocco, ma la giovane donna non vuole fuggire in Europa. Il suo desiderio è tornare a casa, in Ciad.
Ci troviamo di fronte ad un’opera di difficile fruizione, la cui visione non può che affascinare ed allo stesso tempo irritare. Gabbla (Inland) nei suoi 140 minuti di durata distrugge la resistenza della percezione visiva eppure riesce ad illuminare lo sguardo e la mente dello spettatore. I tempi della narrazione sono dilatati all’estremo, le inquadrature sono quadri interminabili, i silenzi sembrano senza fine, ma sotto quest’estenuante rappresentazione visiva Tariq Teguia tratteggia uno spaccato dell’Algeria postbellica con una potenza espressiva spinta da una fotografia satura dei cangianti colori del territorio desertico africano.
Il regista muove la macchina da presa con intento contemplativo e penetrante. Essa si rende parte stessa dell’ambiente in cui si aggira. L’apparenza è quella di una messa in scena che lascia molto spazio all’improvvisazione degli interpreti. A volte sembra che lo sguardo della macchina si focalizzi su un riquadro permettendo agli attori di muoversi in esso seguendo un canovaccio da rielaborare a seconda delle indicazioni del loro istinto. Ma osservando l’opera con maggiore attenzione analitica, non si può non notare la precisa matrice pittorica della costruzione dell’inquadratura. Gabbla si struttura infatti su simmetrie nascoste, su bilanciamenti impercettibili, su studiatissime disposizioni fisiche dei personaggi nella cornice desertica dell’Algeria. Sono gli equilibri del mondo portati sullo schermo, sono gli elementi che governano la natura rappresentati nella loro coesistenza, nella loro complementarietà. Il tutto è reso con raffinatezza, eleganza e spiccato senso artistico.
La lentezza della narrazione rende la visione del film a tratti estenuante. Si fa fatica a sopportare i lunghissimi momenti di totale stasi visiva e narrativa, ma una volta usciti dalla sala si prova un sentimento di soddisfazione e di gradimento inaspettati, certi e convinti di aver assistito ad un cinema puro ed autentico. Dopo la fine dei titoli di coda ci si rende infatti conto che la poetica ritmicamente congelata che pervade l’intera opera è il mezzo necessario per il raggiungimento del fine prepostosi dall’autore. Gabbla è infatti una preghiera, un’immersione cerebrale e la rappresentazione rarefatta di Teguia risulta essere l’unica modalità espressiva che possa rendere al meglio quest’atteggiamento.
Presentato in concorso alla Mostra del cinema di Venezia, il film ha spiazzato nettamente pubblico e critica. Speriamo possa uscire nelle sale italiane, ma dubitiamo che le case di distribuzione nostrane vogliano scommettere su una pellicola così ardua e complessa.
(Gabbla) Regia: Tariq Teguia; sceneggiatura: Yacine Teguia, Tariq Teguia; montaggio: Rodolphe Molla, Andrèe Davanture; fotografia: Nacer Medjkane; musica: Ina Djakou, Christian Fennesz, Cheikha Djena, Fela Kuti, Sonic Youth, Terry Riley, Bismillah Khan; interpreti: Abdelkader Affak, Ines Rose Djakou, Ahmed Banaïssa, Fethi Gharès, Kouider; produzione: Neffa Films, Cine@; origine: Algeria/Francia; durata: 140’.
