Roma 2008 - $9.99 - L’altro cinema

Vedere $9.99 di Tatia Rosenthal è, possiamo dirlo, un’esperienza che non lascia delusi. Incastonata in una tecnica di animazione fatta di plastilina e stop motion, che ha visto la fortuna di tanti titolo più blasonati, troviamo incastonata una storia, anzi, sei storie aventi come perno una torrida Sidney e più di un personaggio sull’orlo di una crisi esistenziale. Tutto basato sui racconti di Etgar Keret, $9.99 ci parla della condizione umana, della solitudine, dell’amore, della disperazione, della crescita ma senza mai toccare le corde sbagliate, col pesante rischio di cadere nel già visto o, ancora peggio, nel patetico.
Tutto è ambientato in una palazzina della città australiana dove, al suo interno, si incrociano (in stile altmaniano) le storie di più persone: un anziano solo, una coppia di trentenni in presi con una crisi coniugale dovuta all’immaturità di lui, un padre che mette in dubbio le sue capacità di genitore, i due figli di quest’ultimo, uno ventottene disoccupato ancora a casa con papà e un altro alle prese con una storia d’amore insana, un bambino e il suo maialino. Ad essi si aggiunge un barbone-angelo (con la voce di Geoffrey Rush) che, dopo un’iniziale apparenza salvifica, si rivela invece essere un cazzone. Tutto gira e si incrocia, formando una rete di rapporti interpersonali ramificati che ci dimostra come ogni palazzina possa essere un microcosmo a sè, con i suoi pianeti, le sue stelle e i suoi asteroidi.
Merito della Rosenthal (che comunque molto ha guadagnato dalle meravigliose storie di Keret) è quello di scegliere, come metodo filmico, una tecnica che definiremmo poco avezza ad un tipo di storia "realista": ripercorrendo alcuni titoli in stop motion non possiamo non ricordare l’ultimo Wallace & Gromit o Giù per il tubo. Titoli che poco si collegano al reale, come invece fa questo delizioso film israelo-australian-olandese: giocando sullo scontro tra il grottesco e irriverente "reale" (le storie di Keret) e il plastilinico "fantastico finzionale" (l’animazione), la regista riesce a creare nello spettatore una sorta di corto-circuito ricettivo che, a posteriori, può portarlo a credere che, in fondo, abbia visto un film con attori in carne ed ossa.
Eppure, e qui non ci dilunghiamo troppo altrimenti potremmo scrivere pagine e pagine di elogi al film, la parte migliore di $9.99 è forse, anzi, è sicuramente la più bella spiegazione del senso della vita, resa con una semplicità disarmante e un pizzico di sana innocenza, che si sia mai vista su schermo. Con buona pace dei Monthy Python.
($9.99); Regia: Tatia Rosenthal; sceneggiatura: Etgar Keret, Tatia Rosenthal; fotografia: Susan Stitt, James Lewis, Richard Bradshaw; scenografia: Melinda Doring; musica: Chen Harpaz; interpreti: Geoffrey Rush (l’angelo/il barbone), Anthony LaPaglia (Jim), Samuel Johnson (Dave), Claudia Karvan (Michelle), Joel Edgerton (Ron), Barry Otto (Albert) ; produzione: Sherman Pictures, Lama Films; origine: Israele-Australia, 2008; durata: 78’
