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White Material - Venezia 66 - Concorso

Pubblicato il 6 settembre 2009 da Fabiana Proietti


White Material - Venezia 66 - Concorso

E’ proprio materiale bianco la carne di Isabelle Huppert, così fragile e pallida, col suo fisico scarno, eternamente fanciullo, che finalmente, nel bellissimo film della regista francese Claire Denis, si offre in tutta la sua vulnerabilità.
E’ un primo piano che trafigge quello inziale sull’attrice, qualificando immediatamente White Material come una pellicola viscerale, lontanissima dagli ultimi ruoli agiti dalla Huppert, dalle sue maschere algide, di una compostezza raggelante, cucitele addosso nel tempo da Chabrol, Haneke, Ozon, allo stesso modo in cui la regia epidermica di Claire Denis si discosta dalle pur eccelse immagini cerebrali dell’altro autore francese visto in Concorso, il Patrice Chéreau di Persécution.
Nel cuore dell’Africa nera la pelle candida di Marie, direttrice di una piantagione di caffé, legata sanguignamente alla terra, tanto da non volerla abbandonare nemmeno quando il conflitto tra esercito e ribelli armati si fa più aspro, attrae a sé come un magnete l’odio dei locali, quasi quel corpo diafano fosse un affronto per gli intensi colori del paesaggio.
Da un lato volto a giocare di accumulo con il progressivo esplodere delle tensioni razziali, dall’altro sedotto dal parallelo racconto muto delle immagini, in White Material la storia e l’elemento visivo sembrano muovere in direzioni opposte. Se la prima racconta un fatto essenzialmente politico - l’incedere della guerra civile e la rivolta dei nativi allo sfruttamento da parte degli europei, che seppur adottando la prospettiva della donna bianca, sembra allo stesso tempo comprendere la frustrazione dei neri - la regia della Denis si realizza pienamente quando le è concesso di muoversi libera tra i paesaggi e i corpi, con sequenze prive di parole, in cui è la materialità del profilmico a offrirsi all’occhio avido della macchina da presa, che ne accoglie ogni vibrazione, ogni sussulto.
La sensorialità pura di questi momenti permette di rintracciare in questa pellicola insolitamente ’narrativa’ per i canoni dell’autrice il cinema carnale della Denis, il suo esplorare luoghi e volti incredibilmente vividi sotto il suo occhio.
Le due traiettorie - quella della sceneggiatura e quella della regia - si ricompongono invece nel racconto dell’ossessione di Marie per la sua terra, in cui non ha paura di immergere le mani, di sporcarsi, quando sotterra una testa di mucca nascosta come avvertimento dai ribelli nei sacchi di caffé, consegnando immagini tattili che rendono conto del suo rapporto di totale affinità con quel paese straniero, eppure così amato.
Sotto tale luce, Isabelle Huppert, riscoperta umana dallo sguardo appassionato della regista, all’interno di questo melodramma dove la sua amante è l’Africa, finisce per somigliare a una novella Rossella O’Hara, pronta a lottare, a perdere ciò che ama - compreso quel figlio che, capelli biondi e occhi insopportabilmente celesti ("quegli occhi portano problemi", la avverte l’amico africano), appare chiaramente un corpo estraneo al mondo di Marie, un ricordo "raffazzonato", come le dice in sogno lo stregone, della sua vita europea in fuori campo.
Fosse solo quello che racconta a chiare lettere, White Material non si imporrebbe all’occhio né alla mente dello spettatore. Il vero cuore della pellicola, ciò che la rende indelebile, sta nel suo sguardo rivolto altrove, felicemente libero di spaziare sui luoghi e i corpi che li abitano.


CAST & CREDITS

(White Material); Regia: Claire Denis; sceneggiatura: Claire Denis, Marie N’Diaye; fotografia: Yves Cape; montaggio: Guy lecorne Kohout; interpreti: Isabelle Huppert (Marie Vial), Nicholas Duvauchelle (Manuel), Christopher Lambert (Dans), Isaac De Bankolé (Le boxeur);musiche: Stuart Staples; produzione: Why Not Productions, France 3 Cinéma; distribuzione internazionale: Wild Bunch; origine: Francia 2009; durata: 100’


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