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Americana - The Pacific

Pubblicato il 3 giugno 2010 da Lorenzo Vincenti


Americana - The Pacific

Ancora Spielberg e Hanks al servizio di un nuovo emozionante viaggio nella storia moderna. Ancora Dreamworks e Playtone impegnate nell’ennesimo interessante connubio tra televisione e storia. Sono trascorsi pressappoco dieci anni dal successo di Band of brothers (link 1 e 2), l’evento mediatico imponente che i due divi hollywoodiani crearono sulla scia di Saving Private Ryan, e la formazione dell’epoca torna a riunirsi oggi per quella che già viene considerata come la più imponente, impegnativa e dispendiosa operazione televisiva dell’epoca recente.
Costata 150 milioni di dollari per circa due anni di lavorazione e l’imponente dispiego di mezzi tecnici e umani, The Pacific si presenta a tutti gli effetti come il virtuale prolungamento della fortunata miniserie del 2001, non solo perché da un punto di vista produttivo i soggetti coinvolti sono gli stessi – ad affiancare Spielberg e Hanks c’è ancora una volta la HBO, partner televisivo ideale per il tipo di progetto realizzato (Band of Brothers, Generation Kill, Into the Storm) – ma anche perché essa ricalca fortemente, sotto l’aspetto gestionale, strutturale e formale, le orme ancora fresche di quella difficile ma vincente operazione televisiva.
A parte ovviamente la differenza dell’aspetto contenutistico - da una parte il fronte europeo di una guerra vista dal punto di vista americano e dall’altro il fronte pacifico di un conflitto mondiale da combattere anche contro il nemico giapponese - sono molti i punti di contatto tra le due miniserie. È sufficiente pensare, infatti, alla struttura data ai due prodotti, entrambi suddivisi in dieci episodi da circa 50 minuti ciascuno, per capire come l’evoluzione narrativa voglia, oggi come allora, procedere secondo un ritmo ben preciso e una progressione affidabile, già ampiamente sperimentata nel 2001. Sulla scia di Band of brothers, The Pacific ripercorre così, passo dopo passo, evento dopo evento e puntata dopo puntata, l’avanzamento delle divisioni americane attraverso il Pacifico e le sue isole, soffermandosi sulle battaglie più importanti che, dal dicembre del 1941 fino al 1945, videro impegnate le forze alleate contro l’esercito imperiale nipponico.

Ecco così che, nel passaggio da Band of Brothers a The Pacific, ovvero dal fronte europeo a quello pacifico della guerra, luoghi come Carentan, Eindhoven, Bastogne, Foy, Haguenau, tappe europee di una campagna militare faticosa e sanguinolenta, mutano aspetto e si trasformano nei più esotici Guadalcanal, Pavuvu, Peleliu, Iwo Jima. Nomi che non diranno molto allo spettatore europeo ma che nell’America contemporanea rievocano, ancora oggi, gli spettri della morte e della sofferenza nonchè i sussulti di orgoglio nazionalistico. Località che si differenziano per il suono dei loro nomi o per caratteristiche strutturali, quelle toccate nei due fronti di guerra, ma che si uniscono tra loro per il passato travagliato e un destino segnato dalla stessa identica tragedia. Colorata della stessa tonalità di rosso, quella del sangue versto da soldati caduti per la “giusta causa”, e ammantata dal dolore trasversale di uomini prestati alla vita.
In questo lento protendersi in avanti che The Pacific ha ereditato dal suo predecessore, vi è però una volontà di guardare alla storia dal punto di vista del subalterno. Esattamente come fece Band of Brothers e il suo fratello maggiore Salvate il soldato Ryan, la nuova miniserie non basa la propria essenza sulla incontrovertibile concretezza dei fatti storici (che pur non manca) e nemmeno sulla intoccabile fisionomia di una immagine storica tramandata nel tempo (importante ma non fondamentale). In maniera più prosaica e - ci sia concesso - più televisiva, essa affida la propria compiutezza alla efficacia della parola scritta. Ha fatto, cioè, in modo che l’eleganza e la prepotenza della letteratura diventasse, furbescamente, la fonte da cui muovere un evento mediatico particolare, sofisticato, profondo; fatto, in minima parte, di documentazione esplicativa (i primi minuti di ogni episodio sono dedicati al racconto in stile documentaristico degli eventi storici narrati in puntata, con tanto di cinegiornali e immagini d’archivio al seguito), di ricostruzione meticolosa (le scene di guerra e di scontro sono evidentemente aderenti alla realtà sia nelle modalità di svolgimento che nei riferimenti alle dinamiche geografiche e logistiche) e di edulcorazione calibrata (sono molte le aperture narrative concesse, di tanto in tanto, alla sobria indagine intimistica dei protagonisti).
Come mezzo di congiunzione tra una realtà nuda e cruda e una televisiva riproposizione degli eventi percorsi, gli ideatori di The Pacific hanno utilizzato, per questo, le memorie di due reduci di guerra, With the Old Breed di Eugene Sledge e Helmet for My Pillow di Robert Leckie, e hanno dato così sostentamento e alimentazione ad una ipotesi di discorso che risultasse, sin dalle prime battute, ampia e articolata (diverso ad esempio dalla agiografica impostazione di Into the storm, il film tv su Churchill realizzato dalla stessa HBO). La scelta di partire da testi non ufficiali ma, al contrario, parziali e soprattutto personali, ha concesso loro la libertà di evadere in corso d’opera, di percorrere vie di fuga oscure o meno oscure e di cogliere, nei momenti di stasi narrativa, frammenti di emozioni vere da riproporre nella verosimiglianza dell’azione scenica (sensazioni introvabili nella freddezza dei testi e trattati storici).
È per questo motivo che The Pacific appassiona il proprio spettatore con il procedere degli episodi e l’intensificarsi delle emozioni. Perché, accanto alla cronaca di guerra, egli impara a conoscere i protagonisti anonimi della battaglia. Coloro cioè che non appaiono come gli eroi pronti per la guerra ma personalità a cui la guerra toglie porzioni intere di umanità. Seguendo le traiettorie del caporale Eugene Sledge, del soldato Robert Leckie, del sergente decorato John Basilone, solo per fare i nomi dei personaggi più riconoscibili e importanti dell’intera serie, ci si rende conto dell’agonia prodotta dal conflitto. Non solo della distruzione psicofisica a cui essa riduce chiunque le si avvicini, ma anche e soprattutto dell’alienazione prodotta, per mezzo del tempo, su menti destinate alla cancellazione definitiva. Attraverso i percorsi dei tre personaggi in questione passa un messaggio pacifista evocato sin dal titolo ma mai enunciato con la forza dell’esclamazione. Autori e registi lasciano che sia l’allusione e la retorica dei piccoli gesti nascosti, o delle brevi frasi pronunciate en passant a produrre il senso di un messaggio forte. Preferiscono lavorare sottotraccia e permettere a questo messaggio di arrivare in profondità attraverso determinati espedienti, narrativi e formali, piuttosto che correre il rischio di bruciarne la forza con scelte eclatanti, vistose, la cui ricezione avrebbe rischiato di fermarsi in superficie.

È questo l’elemento principale con cui The Pacific cattura il pubblico, questa sua capacità di mostrarsi in un modo e parallelamente lasciare scorrere nella profondità delle splendide immagini, nella drammatica compattezza delle sequenze di guerra o nella semplicità dei momenti di vita vissuta, una traccia appena percettibile fatta di emozione, sensazione e partecipazione. Fatta anche e soprattutto di sguardi spenti, di occhi colmi di lacrime, di intorpidimento mentale. Una traccia pulsante in cui emergono, come falle nel terreno, attimi di ribellione all’istituzione che ti governa e ti dice di sacrificare ogni cosa per il tuo paese, di incazzature nei confronti di un nemico che sei costretto ad affossare, che non vorresti mai incontrare e che, quando muore, lo fa nella stessa tua identica maniera: implorando e gridando. Il sottotesto verbale e visivo di un lavoro come The Pacific è un terreno prezioso in cui è possibile scoprire preziosismi degni del cinema più alto, tutte quelle raffinatezze poco frequentate dalla tv contemporanea e che solitamente contribuiscono a rendere un lavoro immortale. È l’angolo in cui emerge la vera essenza del prodotto, in cui il simbolismo del caso emerge in tutta la sua potenza e rende l’intera struttura unica nel suo genere.
In questo l’opera prodotta da Spielberg, Hanks e Goetzman non ha nulla da invidiare a Band of Brothers o ad altri lavori del genere. Riesce infatti con estrema chiarezza e coerenza a mantenere vivace la struttura visiva ereditata dal suo illustre predecessore, costruisce una nuova evoluzione storico-narrativa efficace e televisivamente intrigante, senza mai per questo abbandonare la finalità alta di un discorso profondamente antimilitarista (alla stregua del dittico di Eastwood Flags of Our Fathers e Lettere da Iwo Jima), costruttivo (nonostante un apparente pessimismo di fondo la serie rilancia nei confronti della vita e di un nuovo inizio) e incisivo. Che lasci cioè il segno nel suo interlocutore alla stessa maniera con cui il carboncino della sigla di apertura, all’atto di produrre i volti animati dei protagonisti della serie, lascia tracce indelebili e profonde del proprio passaggio sul bianco della carta sottostante. Come quei volti che nell’arco dei minuti della sigla prendono vita e acquistano l’anima dei personaggi di The Pacific, alla stessa stregua i messaggi lanciati dalla serie meriterebbero di acquistare autonomia e, successivamente, animarsi nell’animo di chiunque si approcci alla tv con spirito attivo e una partecipazione costante.


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