LETTERS FROM IWO JIMA

Pur essendo due pellicole estremamente differenti, il rapporto sororale tra Flags of our Fathers e Letters from Iwo Jima invita a sottolineare e ricordare la particolarità del progetto originario di Clint Eastwood. La scelta e la volontà di portare sullo schermo la medesima battaglia della seconda guerra mondiale, raccontata seguendo le differenti ottiche dei due schieramenti, rimanda al desiderio del regista non solo di annullare la solita contrapposizione tra buoni (americani) e cattivi (giapponesi), ma di raccontare due popoli e due culture ontologicamente assai diverse. E se nel primo dei due veniva parzialmente meno il sapore della narrazione tipica di Eastwood, in questa sua ultima opera ritroviamo i tempi e i modi di raccontare tipici del regista.
Tutto, dalla fotografia all’essenza degli stessi personaggi, si muove attraverso un soffio cinematografico più intimo che pare nascere da una spiritualità che certo appartiene più al mondo orientale che non a quello statunitense. E proprio questa spiritualità invade ogni frammento narrativo instaurando un dialogo, fatto di silenzi e sospensioni ma anche di lunghi attimi di profondo lirismo, tra tutti gli elementi della pellicola ed in primo luogo con una natura che sembrava al contrario troppo abbandonata sullo sfondo in Flags of our Fathers.
Si tratta dunque di un’opera, questa, di maggiore introspezione, e non è un caso che la voce fuori campo sia estremamente presente, che riporta alla mente, in certi frangenti, pur non possedendone la compiutezza e la definitiva bellezza, La sottile linea rossa di Malick. La macchina da presa, infatti, cristallizza l’isola nella sua sofferenza (si pensi ancora alla Guadalcanal del film appena citato) e nel suo fisico prostituirsi agli scopi bellici.
L’alveare di tunnel e di caverne scavate dai soldati giapponesi nel terreno lavico dell’isola sembrano volere rappresentare, senza dimenticare la loro fondamentale valenza difensiva e strategica ma ponendo l’accento sul loro regalare riparo e collegamenti invisibili, materni uteri offerti dalla terra come unica arma di difesa contro lo strapotere logistico dell’esercito americano. Se, inoltre, il monte Suribachi, luogo geografico che si tramuta in vero perno semantico di entrambi i film, rappresenta per il punto di vista americano la conquista, nel momento in cui viene issata la bandiera a stelle e strisce, qui viene osservato da lontano, nell’oscurità, dai pochi soldati giapponesi, assumendo il triste valore di una sconfitta che è sì militare ma che ci racconta anche di uno smarrimento di radici e di identità.
E’, poi, nello spazio circoscritto dell’intimità dei personaggi portati sullo schermo che Eastwood dà prova della sua innegabile e straordinaria attitudine a tessere ritratti umani. La figura del Generale Kuribayashi, cui presta il volto un sempre intenso Ken Watanabe (Memorie di una Geisha, L’ultimo Samurai), in questo senso è emblematica. Figlio di una istruzione americana, avendo studiato negli Stati Uniti, e rispettoso delle tradizioni occidentali, Kuribayashi ha in sé una doppia anima. Se da un lato, infatti, la sua abilità nella lettura strategica dello scontro armato è frutto dei suoi studi oltreoceano, vive nel suo sguardo e nelle sue parole, raccolte nelle lettere scritte al fronte ed indirizzate alla sua famiglia, una fierezza connaturata alla sua origine tutta orientale. In questa crasi di culture che si sono prima incontrate e che in quel momento si apprestano, inevitabilmente, a vivere il momento decisivo del conflitto, Eastwood regala una poetica tanto amara quanto significativa al suo personaggio.
Un film, Letters from Iwo Jima, a nostro avviso molto più valido del suo gemello, particolare nel suggerire quasi un coinvolgimento emotivo, che nulla toglie ma al contrario aggiunge, superiore da parte di Eastwood nel raccontare lo sguardo nipponico su quella che è stata una delle battaglie più importanti del secondo conflitto mondiale.
A margine, però, di questo nostro resoconto e considerando l’ormai imminente cerimonia dell’Academy ed il profilarsi un nuovo ‘duello’ Scorsese – Eastwood, ci voglia perdonare il grande vecchio Clint se questa volta (per un film, The Departed, che ha diviso ma che a noi è piaciuto parecchio) le nostre preferenze non lo vedono trionfatore.
(Letters from Iwo Jima) Regia: Clint Eastwood; soggetto: Iris Yamashita, Paul Haggis; sceneggiatura: Iris Yamashita; fotografia: Tom Stern; montaggio: Joel Cox, A.C.E., Gary D. Roach; musica: Kyle Eastwood, Michael Stevens; scenografia: Henry Bumstead; costumi: Deborah Hopper; interpreti: Ken Watanabe (Generale Kuribayashi), Kazunari Ninomiya (Saigo), Tsuyoshi Ihara (Baron Nishi), Ryo Kase (Shimizu); produzione: Clint Eastwood, Robert Lorenz, Steven Spielberg per Amblin Entertainment, Malpaso Productions, Dreamworks, Warner Bros.; distribuzione: Warner Bros.; origine: USA; durata: ‘140; sito ufficiale
