Kabuli Kid - Venezia 65 - Settimana della critica

“Un film è una domanda. E’ il pubblico che deve trovare le risposte”.
Afferma così Barman Akram, regista di molti documentari sulla storia e sulla cultura del popolo afghano. Dopo anni trascorsi in esilio a Parigi (fuggì in Francia nel 1966, all’età di 15 anni) Akram torna nella sua terra natale per realizzare un film di finzione, Kabuli Kid. Una storia molto semplice ma che offre un quadro completo di una società ancora lontana dal sollevarsi dal suo stato di arretratezza. Il bambino del titolo è un neonato abbandonato su un taxi da una donna coperta dal burqa. “Ma lo tolga, fa caldo!” consiglia il tassista; per Khaled le donne devono mostrare il loro volto non solo come segno di emancipazione, ma anche per motivi pratici. La misteriosa cliente paga subito la corsa e approfittando di una frenata scende rapidamente dal taxi. Khaled carica un altro cliente, che lo esorta a una guida leggera per non svegliare suo ‘figlio’, riferendosi al neonato che giace sul sedile posteriore. Il tassista scopre così l’abbandono del piccolo; pensa più che altro ad una dimenticanza della madre, e decide di attraversare la città per rintracciarla.
“Volevo raccontare una mia storia” afferma Akram “attraverso gli occhi di questo taxista che vede la sua città attraverso il parabrezza della sua auto, esattamente come noi spettatori la vediamo attraverso lo schermo di una televisione o di un cinema”.
A un racconto di base (l’abbandono del neonato e la ricerca di sua madre) si aggiungono piccoli segmenti narrativi, personaggi appena abbozzati che come tante tessere vanno a comporre il mosaico di una cultura e di una società. Nel viaggio di Khaled scopriamo una città ancora ferita dalle guerre sostenute, abitata da un’umanità spossata e lacera che lotta ancora tutti i giorni per la sopravvivenza. La ricerca fallisce e il tassista ritorna stanco a casa. Qui sua moglie, che ha una figlia della stessa età, allatta l’infante abbandonato.
In conferenza stampa sono state evidenziate assonanze con il neorealismo e con il metodo rosselliniano. Con quel cinema, insomma, che si accosta alla realtà cercando di mantenere una ‘giusta distanza’ dalle cose, che non cerca di imporre un proprio punto di vista ma si limita a una rappresentazione oggettiva della realtà (per quanto l’autore abbia sempre infiniti margini di manovra).
Tuttavia il film ha originali tocchi di ironia e un tono leggero che non si nega momenti di particolare commozione. Nello spaccato di società non mancano cenni di speranza, soprattutto per la condizione femminile. Iniziano a spuntare le contraddizione tipiche di ogni processo di emancipazione; da una lato c’è una donna che compie l’atto terribile di abbandonare un bambino (non conosciamo però le ragioni che l’hanno spinta a tale gesto), o la moglie del tassista che ha con il marito un rapporto davvero privo di confidenze e intimità; dall’altro una delle figlie di Khaled manifesta il suo disinteresse per il matrimonio, compiendo uno degli atti riservato agli uomini, quello di dare da mangiare ai piccioni. Passa proprio per lei quel sottile ottimismo, celato da una realtà ancora terribile, che Akram nutre ancora per la propria terra, ritrovata dopo anni di esilio.
(Kabuli Kid) Regia: Barmak Akram; sceneggiatura: Barmak Akram; fotografia: Laurent Fleutot; musiche: Barmak Akram; suono: Pascal Villard; montaggio: Hervé de Luze, Pierre Haberer, Elise Fievet; costumi: Mohammed Ayoub Omar; interpreti: Hadji Gul, Valery Shatz, Amélie Glenn, Mohammad Chafi Sahel, Helena Alam, Messi Gul; produzione: Olivier Delbosc e Marc Missonnier per Fidelite Films; distribuzione: Wild Bunch; origine: Francia/Afghanistan, 2008; durata: 94’
