Z32 - Venezia 65 - Orizzonti

Realtà /Finzione. Un ex soldato vuole chiedere perdono per aver ucciso, durante una rappresaglia, alcuni soldati palestinesi. La sua ragazza lo spinge a videoregistrare la sua testimonianza, a patto che i loro volti vengano occultati.
Avi Mograbi, documentarista israeliano, propone con Z32 l’ennesima riflessione sulla distanza tra verità e modi di rappresentazione, a tre anni da Per uno solo dei miei occhi. Anche in quel caso veniva affrontato il tema della guerra arabo-israeliana, senza mai mostrare scenari di lotta ma attraverso i riflessi del conflitto nella vita del popolo palestinese. In Z32 tutto passa attraverso la confessione, che è anche uno studio approfondito sui mille modi di interpretare l’esperienza di una persona. E sono gli stessi protagonisti, già dalla prima inquadratura, a chiedersi se saranno in grado di parlare e ragionare senza essere condizionati dalla presenza della videocamera.
Mograbi è consapevole delle contraddizioni del film, tanto da apparire in scena già dopo pochi minuti, con tanto di cappuccio in testa. Lo scarto tra autori e interpreti è evidente; mentre il primo è costretto a togliere il cappuccio per sviluppare il suo film, i secondi chiedono di essere coperti. L’autore vuole “vedere”, non può vigliaccamente celarsi avendo girato lui stesso il materiale; i due giovani, pur essendo i protagonisti del film, vogliono celarsi dietro l’irriconoscibilità. "E’ impossibile immaginare un lungometraggio in cui il protagonista è senza volto” afferma Mograbi, “in cui non puoi leggere il suo sguardo mentre parla e ti racconta del suo coinvolgimento in un omicidio. Ma gli ostacoli possono anche essere costruttivi".
L’autore si assume coraggiosamente le sue responsabilità, nel dubbio che una tale tragedia possa costituire materia d’arte; evidenzia questo scarto attraverso una serie di intermezzi cantati, accompagnato da una piccola orchestra sistemata alla meglio nel suo salotto. Oltre ad alleggerire il racconto, i testi delle canzoni pongono degli interrogativi alle immagini e alle parole appena ascoltate dall’ex soldato; un espediente straniante che evita allo spettatore l’adesione emotiva alle vicende, invitando a una riflessione meno superficiale.
Mograbi sembra farsi da parte quando i protagonisti si interrogano sul significato del perdono. Il conflitto ha generato nell’ex soldato un cinismo non ancora superato e che si scontra con il sentito pacifismo della sua ragazza. Mentre commetteva quel delitto, il giovane era come privo d’umanità, accecato dall’odio e dall’ansia di autoaffermarsi uccidendo altri simili. La testimonianza prosegue attraverso frammenti di racconto, con il continuo interrogarsi del regista e del suo protagonista sulla correttezza del proprio comportamento. Alla fine la videocamera viene spenta, i due giovani non sanno più cosa dire, Mograbi è scomparso dalla scena. Il passato è alle spalle, ma condiziona ancora le loro vite.
(Z32) Regia: Avi Mograb; sceneggiatura: Avi Mograbi e Noam Inbar; fotografia: Philip Blaish; produzione: Les Films d’Ici, con Noga Communications, Avance sur recettes, CNC; origine: Israele/Francia, 2008; durata: 90’
