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Rush (Conferenza stampa)

Pubblicato il 19 settembre 2013 da Marco Di Cesare


Rush (Conferenza stampa)

Roma, 14 settembre 2013.
Verrà distribuito in oltre quattrocento copie l’ultimo film di Ron Howard sulla scontro, sportivo e, forse, non solo, che nel 1976 vide contrapposti due grandi protagonisti del Campionato mondiale di Formula 1: l’austriaco Niki Lauda e l’inglese James Hunt..
Presenti di fronte alla stampa, nella Sala Torlonia dell’Hotel de Russie, il regista Ron Howard, gli interpreti Daniel Brühl, Chris Hemsworth, Pierfrancesco Favino e Alexandra Maria Lara, Raffaella e Andrea Leone della Leone Films e Paolo Del Brocco per Rai Cinema.


Signor Howard, una delle caratteristiche del film è la contrapposizione tra due piloti, tra due uomini, tra due personalità così differenti... E questa è un po’ una costante dei suoi film: penso a Frost/Nixon - Il duello, a Cinderella Man e, in fondo, anche il Professor Nash combatteva contro qualcuno, contro i propri fantasmi. È in questo aspetto che lei trova un senso per raccontare una storia?
R.H. Mi piacciono moltissimo i personaggi che vengono messi alla prova in situazioni insolite e sorprendenti, per cui scelgo questo tipo di storie, storie nelle quali le persone sono messe in situazioni estreme: il matematico, l’astronauta, il pilota di Formula 1, il vigile del fuoco, persone che fanno cose completamente diverse, ma disposte ad andare verso gli estremi, proprio per mettere alla prova loro stesse, diversamente dagli altri individui. Eppure il pubblico riesce a scoprire in queste persone delle cose che invece, per altri aspetti, sono molto simili, poiché hanno molti elementi che appartengono all’uomo comune.

Ron, ho notato che in tutti i tuoi film aleggia sempre il tema della morte, ma osservato da un posto di vista positivo e non negativo: vorrei chiederti quale rapporto hai, nei tuoi film, con questo tema.
Poi una domanda per Chris: il tuo personaggio vive sempre tutto un po’ all’eccesso, trovandosi in uno stato borderline della vita, sia negativo che positivo. Tu che rapporto hai con questo genere di personaggi e, nella tua vita, che rapporto puoi avere con questo tipo di situazioni?

R.H. Credo che il nostro modo di rapportarci alla morte sia proprio una delle caratteristiche che ci definisce come esseri umani e che rappresenta uno dei nostri misteri, poiché ognuno di noi, ovviamente, affronta la possibilità della morte in maniera diversa. Secondo me entrambi i protagonisti di Rush hanno un punto di vista sulla morte che è molto particolare e che poi, in un certo senso, è abbastanza condiviso dai piloti di Formula 1, in particolare quelli degli Anni Settanta. Penso poi che, nello specifico, proprio Lauda avesse questo fascino particolare e, anzi, avevo intenzione di chiedere a Daniel di parlarne un po’ più nel dettaglio, perché credo che questo sia stato un elemento fondamentale di vedere e approcciare la morte nel film.
D.B. Rispetto a personaggi più effervescenti e più rock ’n’ roll, tipo James Hunt, Niki Lauda era maggiormente un calcolatore: aveva addirittura calcolato che la probabilità di morte fosse del 20%. Quindi, in un certo senso, era un po’ un pioniere, più simile ai piloti di F1 di oggi. E, chiaramente, lui sapeva di mettere a rischio la propria vita. Però, se sentiva che la situazione fosse quella giusta, era pronto a correre; altrimenti si rifiutava. E, in effetti, è quello che accade nella scena finale: vi è qualcosa di più importante che correre la gara in Giappone: oltre alla sua vita, il suo rapporto con Marlene. Per cui penso che è stato proprio grazie a piloti come Niki Lauda che la sicurezza in F1 sia migliorata così tanto nel corso degli anni. Poi, se ci pensate, dopo purtroppo quello fatale di Senna, in F1 non vi sono più stati incidenti mortali.
C.H. Diversamente da Niki Lauda, il quale affrontava il discorso sulla morte da matematico, misurando le percentuali, James manteneva invece un approccio molto più istintivo, di pancia, viscerale che, peraltro, è stato parte di tutta la sua vita, a prescindere dalla gare, dato che lui faceva quello che sentiva di volere e dovere fare, qualunque fosse il suo desiderio, e non si poneva problemi, spingendosi molto verso gli estremi. Anche lui, come gli altri piloti, viveva la minaccia continua della morte: Niki la esorcizzava attraverso il calcolo, mentre James cercava di evitarla indulgendo in una serie di altre attività che potevano essere il bere e l’andare con le donne. Queste persone, questi piloti, in particolare all’epoca, avevano bisogno di uno sfogo per poter affrontare la morte, anche perché, negli Anni Settanta, i piloti morivano molto frequentemente sui tracciati di gara. E a me è piaciuto correlare questa paura all’immediatezza, al momento presente, poiché, se loro non si concentravano, morivano. La nostra abitudine odierna, invece, è di guardare avanti, di pensare al domani, mentre sull’oggi non ci si concentra: quindi mi piacciono moltissimo queste attività che ti costringono a guardare al momento immediato, a quello che stai vivendo.

Vorrei rivolgere una domanda ad Alexandra Maria Lara: è vero che il colloquio decisivo con Ron è avvenuto via Skype mentre lei era in cucina a pelare cipolle?
R.H. Intervengo solo per dire una cosa, poi del resto ve ne parlerà lei... In effetti Alexandra è stata una scelta ovvia per interpretare Marlene. E l’incontro a casa è stato una ulteriore prova.
A.M.L. La prima volta che ho parlato con Ron è stato veramente rilassante. E, come magari saprete anche voi, una volta che usi Skype, l’interlocutore ti rimane in rubrica come contatto. Una sera io e mio marito stavamo cercando di cucinare qualcosa e, effettivamente, stavo pelando una cipolla, proprio quando ho ricevuto la chiamata di Ron. Al che ero un po’ titubante se rispondere o no, dato che, ovviamente, a causa della cipolla, mi lacrimavano gli occhi; inoltre non è che fossi vestita benissimo... Comunque è stato molto bello conoscere Ron. E Daniel, per giustificare le lacrime, mi ha suggerito di dire che avevo appena finito di leggere il copione e che questo mi aveva fatto commuovere... La prima volta che io e Ron ci siamo sentiti via Skype io mi trovavo a Berlino e lui in America: io naturalmente mi ero truccata per fare colpo su di lui, dato che tenevo molto a interpretare il ruolo di Marlene.

Volevo chiedere a Ron Howard circa il suo rapporto con Peter Morgan: innanzitutto se l’idea che ha portato a Rush è sua oppure di Morgan e come ha trattato la sceneggiatura durante la lavorazione del film, se come un testo inviolabile o se lo adattava di volta in volta alle esigenze che si presentavano.
R.H. Io e Peter abbiamo lavorato insieme all’adattamento cinematografico di Frost/Nixon e, da lì, siamo diventati amici. Così, quando lui ha scoperto la storia alla base di Rush, me ne ha parlato e, in seguito, abbiamo entrambi conosciuto gli elementi fondamentali alla base di questa affascinante combinazione di personaggi unici ed entusiasmanti, fatto che ci ha convinti a realizzare il film. Abbiamo quindi cominciato a lavorare al copione, cercando anche di applicare le ricerche che facevamo; poi, mano a mano, abbiamo cominciato a fare le prove con il cast. Per cui la sceneggiatura è un qualcosa in costante divenire, sviluppato mano a mano: sebbene, per l’appunto, la scrittura fosse fantastica, devo dire che Peter è sempre stato aperto e disponibile a nuove idee. Peraltro ha partecipato anche come produttore, per cui la collaborazione è stata eccezionale.

Vorrei sapere da entrambi gli attori, Chris Hemsworth e Daniel Brühl, se fossero già fan della F1 oppure se abbiano dovuto confrontarsi con qualcosa di sconosciuto e, quindi, compiere indagini sullo sport, sulle sue regole e i suoi più famosi interpreti.
C.H. Non ero un fan di questo sport. Logicamente poi, quando mi sono buttato nel lavoro sul film, ho eseguito una serie di ricerche che, però, riguardavano gli Anni Settanta: quindi le mie conoscenze riguardo altri periodi storici rimangono abbastanza limitate. E sicuramente ho avuto modo di apprezzare fortemente e rispettare questo sport. E non che io da ragazzino abbia intenzionalmente deciso di non seguirlo: semplicemente, magari, il gruppo di amici che frequentavo non seguiva la F1. Mio padre, tra l’altro, andava in motocicletta: quindi questo era il mondo parallelo che avevo modo di conoscere e dal quale ho un po’ attinto.
D.B. Io sono cresciuto a Colonia, proprio vicino al Nürburgring: quindi, da bambino, conoscevo bene Lauda ed ero interessato alla F1; e poi anche Schumacher proviene da lì. Posso quindi dire che ero un fan di questo sport. Poi, con Michael Schumacher che vinceva ogni stagione, ho un pochettino iniziato ad annoiarmi, passando perciò al calcio e al tennis. Mi sono in seguito reinteressato alla F1 dopo avere visto il documentario su Senna. E, dopo alcuni mesi, ho ricevuto il copione di Rush, che mi ha affascinato. Per cui sì: l’interesse verso la F1 già c’era; però non sono assolutamente un esperto.

Un’ultima domanda, a Pierfrancesco Favino: Clay Regazzoni è una figura chiave nella vita di Niki Lauda, poiché è il pilota che lo ha portato di fatto alla Ferrari, per permettere a lui, Regazzoni, di vincere. Il quale Regazzoni andò vicino al mondiale nel 1974, con Lauda che vinse nel 1975, laddove l’anno seguente accadde tutto quello che è raccontato nel film. Regazzoni-Favino si sente più vicino alla figura di James Hunt o del suo ex compagno di squadra Niki Lauda?
P.F. Regazzoni credo si sentisse lui più vicino a James Hunt come attitudine, non essendo propriamente il pilota moderno e disciplinato che Niki Lauda avrebbe portato sulle scene per primo. Cosa che, forse, ne aumentava la simpatia: Regazzoni aveva una guasconaggine anche nell’aspetto che lo rendeva, anche nella mia memoria, veramente affascinante e immediatamente simpatico. Penso che avesse, grazie a ciò, anche una generosità che ha poi avuto modo di dimostrare successivamente, dopo l’incidente che lo ha colpito, facendo cose molto molto belle per tutte le persone che si sono trovate ad avere un problema di handicap. È qualcosa che ho scoperto lavorando al film. Io, invece, come persona sono un pochino più regolato. Però forse c’è una generosità che capisco e che mi appartiene: anche il non avere invidie dove riconosco, per esempio, esservi una qualità.
R.H. Quando si è trattato di scegliere l’attore che potesse interpretare Clay Regazzoni, immediatamente ho pensato a Pierfrancesco. E devo dire che sono rimasto molto lusingato dal fatto che lui abbia accettato di interpretare questo ruolo e devo aggiungere che c’è molto più Clay Regazzoni nel film di quanto non vi sia nella sceneggiatura, proprio perché Pierfrancesco è stato capace di portare, attraverso la sua creatività e il suo talento, molto al personaggio, un personaggio che era fondamentale nel film.


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